Rompere il termometro
In Europa qualcuno, nelle scuole, dal digitale torna alla carta perché ha misurato. Noi, invece, scioperiamo contro chi misura.
Piccolo avviso: alla fine di questa mail trovi un link che ti permette di scoprire, in cinque minuti e gratis, come va la scuola dei tuoi figli rispetto a tutte le altre d’Italia. Se hai fretta, salta pure al capitolo 4. Ma se hai cinque minuti, lascia che ti porti prima in Svezia — perché il perché conta quanto il come.
Un Paese tra i più digitalizzati del mondo. Tablet in ogni aula fin dall’asilo, lavagne interattive, quaderni sostituiti da schermi. Tutto quello che da noi viene ancora venduto come “la scuola del futuro”.
Poi, nel giro di un paio d’anni, quel Paese fa marcia indietro. Ricompra i libri di carta, rimette la penna in mano ai bambini, toglie gli schermi dai primi anni di scuola.
Non è un villaggio sperduto senza connessione. È la Svezia.
E non l’ha deciso per nostalgia, né perché un genitore si è lamentato al bar. L’ha deciso perché ha misurato. Aveva un termometro, l’ha letto, e ha cambiato terapia.
Tieni a mente questa parola — termometro — perché tra poco torna. E riguarda molto da vicino anche noi.
1. La Svezia che fa marcia indietro
La Svezia aveva puntato tutto sul digitale a scuola. Più di chiunque altro in Europa. Poi sono arrivati i numeri.
Nel test internazionale che ogni tre anni misura cosa sanno fare davvero i quindicenni di mezzo mondo — si chiama PISA, lo gestisce l’OCSE — i ragazzi svedesi sono crollati. In matematica ventuno punti in meno rispetto a quattro anni prima, in lettura diciannove. Un arretramento che ha bruciato anni di progressi e li ha riportati indietro di un decennio.
E quando l’OCSE è andato a guardare i dettagli, ha trovato una cosa scomoda: dove si usavano di più gli strumenti digitali in classe, mediamente si andava peggio.
Attenzione, qui serve onestà. La statistica mostra un legame, non una condanna: non vuol dire che il tablet “spenga” il cervello dei bambini. Ma il legame era abbastanza forte da far drizzare le antenne a un intero ministero. E non era solo, ehm, una sensazione: il Karolinska Institutet — l’istituto svedese che ogni anno assegna il Premio Nobel per la Medicina, per intenderci autorevole come da noi l’Istituto Superiore di Sanità — aveva già messo nero su bianco che le prove a favore del digitale a tappeto erano molto più deboli di quanto si raccontasse.
Risultato: la ministra dell’istruzione Lotta Edholm stanzia 685 milioni di corone (oltre 60 milioni di euro) per ricomprare libri di carta, e blocca l’obbligo di schermi nei primi anni di scuola.
La frase che ha usato pesa come un macigno: “Abbiamo trascurato gli aspetti negativi della digitalizzazione, soprattutto per i nostri bambini.”
Una cosa va detta chiara, perché è facile fraintendere: la Svezia non ha demonizzato il digitale. Non ha buttato i tablet dalla finestra gridando al diavolo. Ha fatto una cosa più adulta: ha capito che lo strumento va maneggiato con cura, al posto e nelle dosi giuste. Carta dove serve la carta, schermo dove serve lo schermo. Equilibrio, non crociata.
2. Non è un’opinione. È una misura.
Ed eccoci al punto vero, quello per cui ti scrivo.
La Svezia ha potuto cambiare strada per una ragione sola: aveva i numeri. Sapeva esattamente quanto stavano peggiorando i suoi ragazzi, e poteva confrontarsi con tutti gli altri Paesi sullo stesso identico metro.
Prova a immaginare lo stesso crollo senza quei numeri.
Cosa sarebbe successo? Le solite chiacchiere da social. Uno avrebbe dato la colpa al lockdown. Un altro alle maestre “che non sono più quelle di una volta”. Un altro ai cellulari, o ai cartoni animati, o all’aria che tira. Ognuno con la sua opinione, nessuno con una prova. E sai come vanno a finire le discussioni così: vince chi urla di più, non chi ha ragione.
Invece c’era un numero. E un numero non si può zittire urlando.
È la differenza tra dire “mi sembra che mio figlio abbia la febbre” e leggere trentanove e due sul termometro. La prima è una sensazione, e su una sensazione si litiga all’infinito. Il secondo è un fatto, e su un fatto si decide.
C’è qualcosa di quasi socratico in tutto questo. Il primo passo per risolvere un problema è ammettere di averlo — il vecchio “so di non sapere” di cui ti ho già parlato. Un test serve esattamente a questo: a togliere il velo, a dire “guarda, qui c’è un problema vero, non è una tua paranoia”. Misurare non è giudicare. Misurare è il primo gesto di chi vuole curare.
3. L’elefante nella stanza
E qui arriviamo a casa nostra. All’elefante nella stanza, quello di cui nessuno vuole parlare mentre ammiriamo i bravi svedesi.
Il 6 e 7 maggio una parte della scuola italiana è scesa in sciopero. Tra le ragioni in prima fila, proprio le prove INVALSI — i test uguali per tutti che misurano italiano, matematica e inglese. Lo sciopero è stato indetto in particolare per i giorni delle prove della scuola primaria, con l’invito a non somministrarle e a non correggerle.
Tradotto: la Svezia ringrazia di aver avuto un termometro. Noi, nello stesso momento, scioperiamo per non usare il nostro.
E adesso la coincidenza che fa sorridere amaro: l’INVALSI, l’ente tanto contestato, è anche quello che in Italia gestisce per conto dell’OCSE proprio il test PISA. Sì, hai letto bene. Lo stesso identico strumento che ha permesso alla Svezia di accorgersi del problema, da noi lo cura l’ente che vorremmo zittire.
Le critiche, sia chiaro, non sono tutte campate per aria. C’è chi dice che si finisce per “insegnare a fare il test” invece di insegnare le materie, che si stressano i bambini, che si creano classifiche ingiuste tra scuole. Argomenti seri. Ma nessuno di questi giustifica la mossa più autolesionista di tutte: far finta che il problema non esista smettendo di misurarlo.
C’è poi una cosa che pochi genitori sanno. Ogni anno alcuni insegnanti, in buona o cattiva fede, “aiutano” gli alunni durante le prove — suggeriscono le risposte per far fare bella figura alla classe. Gli addetti ai lavori lo chiamano cheating (in italiano, semplicemente, l’imbroglio). L’INVALSI lo sa benissimo, e ha un sistema statistico che lo smaschera: a ogni classe assegna un indice, e dove l’imbroglio supera una certa soglia i risultati vengono buttati, perché inattendibili.
Pensaci un attimo. Falsare il test per far bella figura è come truccare le analisi del sangue per non vedere il colesterolo alto. Il foglio dirà che stai benissimo. Il tuo cuore, no.
4. Sai come si classifica la scuola dei tuoi figli?
Te lo chiedo davvero. Sai come va la scuola dei tuoi figli rispetto alle altre?
Quasi sicuramente no. Eppure quei famigerati test, oltre a fotografare il Paese, servono anche a te. E puoi consultarli in cinque minuti, gratis, dal divano.
Si fa così. Vai sul portale del Ministero, Scuola in Chiaro, cerchi la scuola per nome, e apri il documento che si chiama RAV (Rapporto di Autovalutazione). Dentro, nella sezione “Esiti”, trovi i risultati INVALSI di quella scuola messi a confronto con la media regionale e nazionale.
E c’è una finezza che vale oro: il confronto non è grezzo. La scuola viene paragonata anche ad altre scuole con un contesto socio-economico simile — cioè con famiglie di partenza simili. Tradotto: puoi capire se quella scuola fa bene col materiale umano che ha, al netto della fortuna di avere alunni più o meno avvantaggiati. Una scuola di periferia che tiene il passo della media nazionale, magari, sta facendo un piccolo miracolo.
Due avvertenze oneste, per non farti trovare deluso:
Il dettaglio della singola classe non lo vedi: per legge sulla privacy resta riservato alla scuola. Tu vedi il quadro dell’istituto.
Il confronto con la media europea lì non c’è: quello passa solo da PISA, non dalle prove italiane.
E le superiori? C’è uno strumento diverso e altrettanto prezioso: Eduscopio, della Fondazione Agnelli. Non misura gli INVALSI, ma una cosa molto concreta che ai genitori interessa parecchio: come se la cavano i diplomati di quella scuola dopo, all’università o al lavoro. Quale liceo prepara davvero, e quale promette e basta.
Sono strumenti pubblici. Esistono perché qualcuno, quei dati, li raccoglie. Gli stessi dati che a maggio qualcuno voleva non raccogliere affatto.
Cosa puoi fare, da domani
Niente di complicato. Tre cose, alla portata di chiunque.
1. Misura la tua, di scuola. Apri Scuola in Chiaro (o Eduscopio se hai un figlio alle superiori), cerca la scuola dei tuoi figli e guarda dove si colloca. Non per fare la guerra a nessuno: per sapere. Cinque minuti, oggi.
2. Non trasmettere la paura del test. Se tuo figlio torna a casa agitato per l’INVALSI, spiegagli che non è un voto, non è un giudizio su quanto vale: è una fotografia, serve agli adulti per migliorare la scuola. E soprattutto: non insegnargli a copiare o a farsi suggerire. Gli stai insegnando che, quando un problema fa paura, la soluzione è nasconderlo. È la lezione peggiore che possa portarsi nella vita.
3. Pretendi i numeri, non le chiacchiere. La prossima volta che senti dire “la scuola va a rotoli” o “questo istituto è il migliore della città”, chiedi: in base a cosa? C’è un dato, o è la voce del quartiere? Allenati a distinguere la febbre misurata dalla sensazione di freddo.
La febbre non si cura rompendo il termometro
La Svezia ci ha mostrato una cosa semplice e scomoda: per cambiare strada, prima devi avere il coraggio di guardare il numero. Anche quando il numero è brutto. Anzi: soprattutto quando è brutto.
Noi, in quegli stessi giorni, discutevamo se valesse la pena misurare.
La febbre non si abbassa rompendo il termometro. Si abbassa curando il malato — e per curarlo, prima, bisogna sapere che è malato.
E tu: la scuola dei tuoi figli, l’hai mai guardata davvero in faccia?
PS — Se ti interessano i numeri originali, il report dell’OCSE sulla Svezia è qui. E se questa lettura ti ha fatto venire voglia di andare a cercare la tua scuola, fammelo sapere — o meglio: gira questa mail a un altro genitore. Più siamo a leggere i numeri, meno spazio per chi preferirebbe spaccare i termometri.


