Fabregas sugli smartphone.
L'allenatore del Como, rivelazione di questo campionato (per chi come me non lo seguisse troppo: il como da squadra residuale è in champions league l'anno prossimo a scapito del Milan), dice la sua.
ho preso solo qualche domanda di una intervista molto lunga e interessante.
Lascio a voi i ragionamenti.
Fabregas: «Gli smartphone hanno rovinato il calcio e non solo, mia figlia non ce l’avrà prima dei 16 anni. Nel mio Como voglio più italiani»
di Walter Veltroni
L’allenatore del Como: «Vedo ragazzi in panchina attaccati ai social. Nel vostro Paese troppi esoneri. Non ha senso urlare ai bambini “4-4-2”»
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Il calcio ha occupato la sua infanzia?
«Totalmente. D’estate i miei mi lasciavano dai nonni. Davanti alla loro casa c’era un campetto da cinque contro cinque e io, dalla mattina alla sera, stavo lì. Mi bastava sentire dalla finestra il rumore del pallone e scendevo di corsa. Era una magnifica ossessione. Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella gioia, quella sensazione di libertà creativa. Ma ora il tempo è occupato dall’iPad, dai social, da tutta quella merda lì che divora il tempo dei bambini».
Lei è padre e genitore, quale le sembra il pericolo della società digitale? «L’illusione di vivere in un mondo che non è reale, non esiste. Tutta la gente che ti esalta o che ti insulta sui social, non esiste. Spesso sono dei robot, persone frustrate, rancorose, gente che abita dall’altra parte del mondo e dopo cinque minuti neanche si ricorda di essersi occupata di te. È difficile. Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe che non ha telefono. Ma anche se lei si innervosisce per questo, io tengo duro. Fino a sedici o diciassette anni, l’età minima che dovrebbe essere prevista, non lo avrà. No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza. Voglio che faccia di questo un uso consapevole, non che si faccia mangiare il tempo della sua vita da un telefono».
Come le sembrano i ragazzi che lei frequenta, anche in campo?
«Non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta. Se un giocatore sbaglia un passaggio sembra sia la fine del mondo, ma sbagliare è naturale, direi necessario. Chi debutta in prima squadra dovrebbe essere emozionato, legato al collettivo. Invece no, alcuni di loro stanno seduti con il telefonino in mano. Dov’è la gioia?»
E lei che fa, in questi casi?
«Li faccio festeggiare. Tutto. Un esordio, un compleanno, il primo gol. Devono percepire l’importanza di quello che fanno, di quello che sono. Bisogna vivere la gioia, celebrare ogni piccolo passo della vita. Non è tutto normale, tutto scontato».
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A proposito di comunicazione, è vero che ormai i giocatori nello spogliatoio sono tutti con cuffie e telefonini? Come si fa così a fare squadra?
«Quando siamo in ritiro a pranzo io metto il mio tavolo davanti ai giocatori per vedere le dinamiche tra i ragazzi e mi piace che parlino, scherzino, si capiscano. La nostra regola è che almeno a pranzo non si usi il cellulare. Io non capisco quando i giocatori, anche miei ex compagni, durante il riscaldamento, a due minuti dall’inizio della partita, usano il telefono. Con chi devi parlare? L’arbitro sta per fischiare…».
Articolo completo su:
https://www.corriere.it/cronache/26_giugno_08/cesc-fabregas-intervista-italia-paz-6c563d40-ef5c-418a-a145-30be26d3fxlk.shtml


